| VIAGGIO IN ISLANDA
- Sono nuovo del sito. Un saluto a tutti. Ho pensato di pubblicare questo racconto per comunicare la mia passione di viaggiare attraverso la pratica del fuoristrada. Non è un racconto di enduro "puro" perchè, come vedrete, oltre che di moto parlo anche di auto, ma soprattutto di persone. Ringrazio fin d'ora chi avrà la pazienza di leggerlo fino alla fine. Enrico. Ho veramente che Dio sia lodato esaudito il mio desiderio in questo mondo che era di viaggiare nei paesi della Terra Ibn Battuta, viaggiatore arabo del XIV secolo VIAGGIO IN ISLANDA I partecipanti: I mezzi: Alberto, Manuela, Fabio, Savitha, Valeria Land Rover Discovery 2.5 TD Alessandro Toyota Land Cruiser HDJ80 4.2 TD 12V Bruno e Monica Toyota Land Cruiser Wagon 3.0 TD Enrico Honda XR 600 R Ettore e Clara Land Rover Defender 2.5 TD Gigi BMW GS 1100 Giuseppe e Daniela Nissan Terrano 3.0 TD Graziano e Morgana Mitsubishi Pajero 2.8 TD Ireneo BMW GS 1150 Adventure Mauro BMW GS 1150 Adventure Paolo Toyota Land Cruiser HDJ80 4.2 TD 24V Finalmente ho il casco in testa e sento l'aria fresca sul viso. Quando sono così vuol dire che sto bene, perchè sto facendo la cosa che mi piace di più: sto guidando la moto, in più nella terra magica d'Islanda, che rincorrevo da tanti anni. Ma procediamo per gradi. Cinque giorni prima sono partito in treno da Milano per Brescia, dove Alessandro mi ha prelevato per puntare verso il Brennero. Il lungo trasferimento fino alla Danimarca è passato in fretta nonostante la noiosa autostrada tedesca, grazie alla sua compagnia e a quella di Paolo, proprietari dei due comodi toyotoni sui quali ho avuto la fortuna di poter viaggiare. Al campeggio vicino ad Amburgo dove affittiamo un bungalow per la notte, ci congiungiamo con Ettore, Giuseppe e Graziano, partiti un giorno prima di noi e con i tre BMWisti. La seconda nottata trascorre praticamente in bianco, in attesa della nave che abbiamo deciso di prendere (da Hirtshals a Kristiansand) per arrivare in Norvegia, invece di fare il giro via terra passando dalla Svezia. Qualche centinaio di chilometri nella terra dei trolls risvegliano il piacere provato nel viaggio del '99 per Capo Nord, nell'ammirare quella che, prima di vedere l'Islanda consideravo la terra più bella d'Europa. Ora mi sento nel vivo del viaggio. A Bergen ritroviamo gli altri partecipanti che hanno iniziato la vacanza già da una settimana. 1°/2° giorno: I due giorni e rotti sulla nave Norrona, nuova, pulita e confortevole, passano senza alcun inconveniente grazie al mare liscio come l'olio. Le isole Shetland me le perdo, perchè la sosta avviene in piena notte e sto dormendo, delle Faroer invece riusciamo a visitare a piedi la capitale Torshavn, con le sue casettine in legno variamente dipinte, nel tipico stile del profondo nord europeo. Nel gruppo ci si incomincia a conoscere. Io sono in cabina con gli altri tre motociclisti Gigi, Ireneo e Mauro: tre casinisti che si muovono con le attenzioni di un rinoceronte appena catturato e urlano in continuazione a qualsiasi ora del giorno e della notte per sfottersi a vicenda o chiarire questioni incomprensibili legate alla loro "cassa comune", con un linguaggio che farebbe impallidire uno scaricatore di porto vichingo. Non li ferma nessuno, neppure la presenza dei tre gioiellini della compagnia, i ragazzini A.: Fabio, Savitha e Valeria, rispettivamente di quattordici, nove, otto anni. I figli che tutti vorrebbero avere, un vero portento di vivacità , simpatia, affetto. Ma non è un caso che siano così. Mamma Manuela e papà Alberto non sono da meno. Famiglia straordinaria che non può non far riflettere gli scapoloni come me, che solitamente affollano i gruppi di questo tipo di viaggi. I centauri si rivelano comunque buoni compagni. Gigi stordisce per quanto parla, ma è simpatico sentire il suo dialetto mantovano, mezzo lombardo e mezzo emiliano. Mauro è toscano, quanto basta per potermi divertire ascoltandolo. Ireneo parla e si muove con fare ammaliante ed eleganza aristocratica (non per niente Mauro lo marchia subito con l'appellativo "ballerina"), che non lascia trasparire la sua origine contadina, di cui mi parla spesso con passione e un po' di nostalgia. C'è anche un endurista onorario: Fabio, che non ce la fa più a trattenere la voglia di moto, oppressa fino ad ora dai limiti imposti dalla legge, ma quanto prima acquisterà la sua prima KTM 125. Per ora si limita a sciorinare un'infinità di domande. Chissà perchè mi ricorda qualcuno, vent'anni fa. 3° giorno: Ecco il porto d'attracco Islandese: Seyà°isfjà¶rà°ur (in confronto ad altri nomi islandesi questo è di facile pronuncia e memorizzazione), sulla costa orientale. In mezzora vengono sbrigate le pratiche per il pagamento della tassa sui diesel e la "multa" ai mezzi dell'organizzazione per l'importazione di quantità di cibo oltre il consentito. Graziano si fa una sfacchinata perchè i doganieri gli fanno scaricare e ricaricare tutto ciò che è stipato dentro l'auto. La mia XR, dopo essere stata per parecchi giorni dentro il Land di Ettore, è ingolfata; partirà solo dopo mezz'ora di sofferenze, con Ireneo alla guida trainato da Mauro. Piove. Sarà così per tre giorni di fila. Il primo campo sotto la pioggia mette alla prova i nervi dei motociclisti, che fanno nascere le prime discussioni sulla necessità di dormire al coperto invece che in tenda, per potersi asciugare almeno la notte. Così facciamo fuori nei giorni successivi due dei quattro voucher compresi nel pacchetto del viaggio, per poter dormire nei cosiddetti hedda hotel. Una settimana dopo, per fermare sul nascere ulteriori richieste di pernottare al chiuso, durante il solito breve briefing serale illustrativo della tappa successiva, Graziano serio e determinato, dice: "domani, se c'è il sole, la sveglia è alle 6:30, facciamo duecentocinquanta chilometri di pista e la sera si fa campo; se piove, la sveglia è alle 6:30, facciamo duecentocinquanta chilometri di pista e la sera si fa campo". Nel gruppo si sente una voce che sdrammatizza: "io scelgo la prima ipotesi perchè c'è il sole". Scoppia una risata generale. Dobbiamo percorrere il giro dell'isola in senso orario, quindi per prima ci tocca la costa sud. Nei primi giorni passati in macchina, scopro che gli autisti usano le radio CB in continuazione, per decidere insieme tempi e modi degli spostamenti, segnalare situazioni di pericolo e sparare una valanga di simpatiche [censurato]. In ogni caso il lavoro d'equipe è iniziato molto prima della partenza: c'è chi ha reperito le cartine satellitari e chi ha stabilito l'itinerario, determinando i punti GPS. Tutti gli automobilisti possono fare tesoro delle grandi esperienze accumulate in venti anni di viaggi o nei campi di gara. 4° giorno: Percorrendo la Nazionale 1 (in pratica l'unica strada asfaltata dell'isola) superiamo una zona simile ad un enorme delta, dove le centinaia di fiumi che nascono dallo scioglimento dei ghiacci del Vatnajà¶kull (il più grande d'Europa), percorrono la breve distanza che lo separa dall'oceano. La zona era stata devastata qualche anno fa dell'inondazione provocata dalla fusione del ghiaccio in seguito all'eruzione del vulcano Hvannadalshnàºkur. Ne sono testimoni gli immensi quantitativi di detriti ghiaiosi lasciati sul terreno per una larghezza di decine di chilometri e la strada ricostruita recentemente. La salita sterrata al ghiacciaio Skà¡lafellsjà¶kull, una delle propaggini meridionali del gigantesco Vatnajokull, comincia ad infondere qualche perplessità sulla fattibilità del viaggio a Mauro, che da endurista inesperto fatica non poco a portare a spasso la mastodontica bicilindrica BMW. Il panorama è mozzafiato lungo tutta la salita. In cima arrivo per primo. Faccio appena in tempo a spogliarmi (incredibile, sto soffrendo il caldo) e a scattare qualche foto, che una nuvola bassa arriva velocemente e non fa vedere più nulla. Tutti e diciannove facciamo una passeggiatina per mettere i piedi sul ghiaccio e vedere un gruppo di turisti italiani partire con le motoslitte. Con queste condizioni il ghiacciaio mette un po' di soggezione. Ripresa la N1 sostiamo alla laguna glaciale Jà¶kulsà¡rlà³n, dove avremmo dovuto ammirare gli iceberg che si staccano dal Breià°amerkurjà¶kull. Pioggia e nebbia ce li lasciano appenda intravedere. L'atmosfera è surreale. Poco più avanti facciamo una passeggiata su un sentiero che fronteggia a pochi metri un ghiacciaio caratterizzato da un intenso colore nerazzurro e dai profondi crepacci. Arrivati alla località di Kirkjubaejarklaustur, ci accomodiamo in una scuola situata ai piedi delle cascate Systrafoss, convertita per il periodo estivo a hedda hotel. Alcuni fanno il bagno nella calda piscina della struttura. 5° giorno: L'indomani alla partenza il panorama è disegnato fino all'orizzonte da un'immensa pietraia completamente ricoperta da muschio. Rimaniamo tutti incantati e i click fotografici si sprecano. Imbocchiamo la pista F206 che porta a Laki, un posto dove la fessura della Dorsale Atlantica che divide le due zolle tettoniche nordamericana ed eurasiatica è visibile in superficie. La guida è sempre estremamente divertente, perchè nonostante la pioggia il fango non esiste e il terreno tiene quando basta per trasmettere una sensazione di sicurezza, di avere la moto sotto controllo. La pista è veloce e si guida in derapata fino ad oltre cento all'ora. Bruno, in testa alla colonna, si ferma per girare il filmino della colonna dei mezzi che avanzano. Gigi, davanti a me di qualche metro, appena se ne accorge spalanca a fondo il gas del suo potente GS sbandando più volte acrobaticamente e mi seppellisce sotto una pioggia (non bastasse quella metereologica) di sassi: anche questo fa parte dell'enduro no? In futuro manterrò la distanza dovuta. Arriva il primo guado (di rigagnoli stretti e larghi con pochi centimetri d'acqua se ne attraversano in continuazione, ma ora abbiamo davanti un fiume vero con la corrente che scorre velocemente. Si cerca il punto di attraversamento più facile a piedi (Ettore, Alberto e Bruno hanno stivali in gomma da pescatore) e in macchina. Fa da apripista la nostra guida, l'esperto e pluripremiato Graziano. L'unica possibilità è seguire la linea diretta della pista, ma giustamente i tre GS non se la sentono (non credo che l'ipallage sia una forzatura retorica, perchè anche le moto se avessero potuto parlare, si sarebbero rifiutate). La prima viene trainata dalla macchina di Graziano, che ha predisposto un supporto, montabile velocemente, dove viene incastrata la ruota anteriore della moto, con il posteriore che rimane "a sbalzo". Mauro, il proprietario tabagista accanito, si fuma in quei pochi minuti un'intera coltivazione. Gigi e Ireneo scelgono di lasciare lì le moto (tanto è stato stabilito che dobbiamo comunque ripassare da qui) mentre io decido di provare. Il buon Paolo mi accompagna nell'attraversamento affiancandomi a monte, in modo da rallentare la corrente, ma quando mi impunto in una grossa pietra non se ne accorge e se ne va. Insisto con il gas e con qualche zampata la fida XR si disincaglia e riesco ad uscire tra gli applausi festanti della compagnia. E' un bel momento, ma pochi chilometri dopo un altro guado, troppo alto, ci costringerà a rinunciare e a tornare indietro. Durante questo tentativo Graziano si pianta in mezzo al fiume e la corrente ruota nella propria direzione i trenta quintali del suo Pajero stracarico. Partono subito i soccorsi di Bruno e Alessandro. Graziano nel frattempo, uscendo dal finestrino, si è arrampicato sul portapacchi; aggancerà l'auto con una strop alla macchina di Bruno, che per disincagliarlo gli tirerà uno strappo da colpo di frusta. Ci accorgeremo poi però, che il freddo dell'acqua (che dentro all'abitacolo era arrivata all'altezza dei sedili) ha danneggiato il turbo del Mitsubisci di Graziano. Lui, meccanico professionista, con qualche escamotage riuscirà a risolvere brillantemente il problema. Abbiamo il primo incontro ravvicinato con i piccoli e mansueti cavalli islandesi, che ci scroccano qualche zolletta di zucchero. Escluso il desertico altipiano centrale, l'intera isola è piena di questi animali, che insieme alle pecore suscitano sempre simpatia. Torniamo alla scuola che ci ha ospitati la sera prima. Graziano ed Ettore riparano il compressore del Mitsubisci. Io una volta cambiato e asciugato, salgo in macchina con Paolo e insieme ad Alberto e Alessandro partiamo per fare un sopralluogo sulla pista che dovremo percorrere l'indomani. Al ritorno sono costretto a fermarmi al supermercatino per comprare una crema per il viso: solitamente non uso prodotti cosmetici, ma con il freddo e la pioggia di questi giorni mi sto spellando come dopo una scottatura solare. Dopo cena Alberto ci da un saggio di ciò che sa fare come attore comico, recitando alcune scenette supercollaudate che divertono tutti tantissimo. 6° giorno: Il giorno dopo lungo la F210 un altro fiume, che ci fa perdere un'ora nel tentativo di guado, costringe le quattro moto a percorrere una strada alternativa. In pratica torniamo indietro e aggiriamo il ghiacciaio Mà½rdalsjà¶kull da sud invece che da nord, come fanno le auto. Ma anche per loro non è vita facile. Al primo tentativo è ancora Graziano che si ritrova con la macchina allagata e deve essere trainato da Alessandro per uscire dal fiume. Ad ogni modo con tre macchine agganciate (Bruno, Paolo e Alessandro nell'ordine), il passaggio viene trovato. Con loro ci rivedremo nel tardo pomeriggio, al bivio per la F249 che porta alla turistica località di àžà³rsmà¶rk. Prestano assistenza a noi motociclisti Giuseppe, Daniela e il loro Terrano (l'unica auto limitata nei guadi per la mancanza dello snorkel). Nella spiaggia di Vàk, davanti ai celebri faraglioni detti "camini di mare", Daniela ci cucina un lauto pranzetto compreso di antipasto. Osserviamo i numerosissimi uccelli marini che volano vicino alla parete rocciosa che ci sovrasta. Ci fermiamo a visitare lungo la strada le cascate Skogafoss. La pista per àžà³rsmà¶rk è veloce e divertentissima, fino a quando il solito fiume tumultuoso con il fondo pietroso ribalta Gigi che gli si è buttato dentro senza compiere le giuste valutazioni. Bauletto montato e sacchi della spazzatura utilizzati come calosce che hanno lo stesso effetto delle vele della "Vespucci", fanno il resto. La moto gli cade sulla destra (per fortuna il GS ha l'aspirazione sul lato sinistro, e così non "beve") e anche lui si ritrova a mollo. Con non poca fatica riesce a risollevarla, ma per uscire deve aspettare che io e Mauro entriamo in acqua per spingerlo. Si torna indietro e si va a pernottare in una fattoria. Tutto questo è troppo per Mauro, che decide di terminare il viaggio. Gigi non sopporta più la pioggia. Va in albergo a Reykjavàk e fa il turista solitario. Ci ricongiungeremo qualche giorno dopo, ma così si perderà il percorso per il vulcano Askja. 7°/8°/9° giorno: I superlativi si sprecano in continuazione nel paese della Fata Morgana, ma per descriverne l'interno sono più che mai opportuni. Fantastico, sublime, meraviglioso, favoloso, incantevole….. Alessandro trova delle belle parole: mi dice che in certi momenti bisogna riflettere, prestare una particolare attenzione per essere consapevoli, avere la reale percezione della bellezza del posto dove ci si trova. Osservando quello che mi circonda penso che forse non esiste altro posto al mondo dove si può vedere tanta magnificenza e per di più in un solo giorno tanta varietà di paesaggi. Montagne variopinte: nere, verdi, viola, gialle, coperte di morbido muschio spesso una spanna o pelate dal vento gelido che non smette mai di tirare. L'acqua sotto ogni sua forma: pioggia, cascate, fiumi multiramificati, nubi, vapore generato dal calore stesso della terra, ghiacciai. Il tutto in quantità illimitata. Ci sono scorci che appaiono improvvisi, appena scollinato, dove sembra di guardare una foto aerea: è affascinante osservare la forma della Terra su larga scala. E per gli appassionati del fuoristada niente di meglio: ci si ritrovano le mulattiere bergamasche, la sabbia morbida delle spiagge (diversa solo nel colore, perchè qui è sempre nera), i sassolini degli hammada libici, le pietraie col ciotolame tondo del Trebbia o aguzzo e frastagliato dell'Adrar mauritano ed altri percorsi unici dentro i fiumi di lava solidificata o incassati nel terreno come piste di bob. Il tutto si può affrontare con la precisa tecnica del trialista o del crossista smanettone, con la moto in continuo controsterzo. La prova sta nei quindici chilometri che la carovana non riesce a percorrere in meno di quattro ore (su un percorso che spezza una molla di sospensione del Pajero di Graziano e mette fuori uso gli ammortizzatori del Land di Ettore) o dai centosettanta chilometri orari toccati da Ireneo su alcuni sabbioni. Praticamente la più varia e dilettevole ludoteca per fuoristradisti esistente. Le piste che seguiamo in successione sono la F261, F208, F26, F910, F843. Ireneo da prova di essere un pilota dalle capacità non comuni. Solo una volta dobbiamo rinunciare e trovare un percorso alternativo perchè la sua BMW non riesce ad arrampicarsi su una rampa con profonde buche e grossi sassi smossi. Ha una guida fluida, precisa, sicura. Ogni tanto mi chiede di stargli dietro per "dargli un'occhiata", ma fortunatamente non sbaglia mai. In un paio di passaggi particolarmente inclinati anche alcune macchine devono tentare due volte. Il twist sembra non bastare mai e con una ruota posteriore dentro una buca, l'anteriore opposta si solleva in maniera impressionante da terra, costringendole a fermarsi. I due HDJ80 sembrano andare sempre sull'asfalto liscio. Nella riserva naturale di Fjallabak attraversiamo paesaggi visti solo nei film di genere fantasy o fiabeschi. Impossibile rimanere indifferenti: le sensazioni trasmesse sono forti, a volte perfino violente, da terra primordiale. Uno dei tanti guadi ci costringe ancora a trasportare le moto con la macchina di Graziano. In cima ad una salita di argilla molle e rossa osserviamo per la prima volta un sito geotermico, col vapore acqueo che esce direttamente dal terreno. Lungo questi percorsi incontriamo dei veri duri che in coppia o da soli, in bicicletta o a piedi, attraversano l'isola incuranti del tempo inclemente, sempre ferocemente piovoso e/o ventoso. Sono tutti nordici e quindi abituati al freddo: Canadesi, Norvegesi, Svedesi, ma nei commenti concordiamo tutti che queste persone hanno una forza mentale che gli da una marcia in più. In una lunga discesa faccio parecchia strada con Bruno davanti, che viaggiando a centodieci all'ora semina tutta la comitiva. Davvero bravo con la macchina così pesante. Sento che l'XR ha ancora "margine", ma la pista è stretta e devo rimanere dietro, nel polverone, ma quanto mi diverto! Pernottiamo in un piccolo campeggio (Landmannahellir). Gli automobilisti nei loro Air-camping e Maggioline, io e Ireneo in un grande Bungalow riscaldato. All'alba il sole ci rincuora. In questa giornata viviamo un episodio particolare in un incontro con un turista tedesco che assomiglia allo yeti, in viaggio con un camion Unimog camperizzato. Lui ha nei serbatoi milleduecento litri di gasolio. Le nostre auto sono mezze vuote perchè un distributore indicato sulla cartina non c'è più. Lui acconsente alla nostra richiesta di venderci il combustibile, ma ci chiede l'equivalente di tre euro al litro, praticamente tre volte il prezzo normale, rinfacciandoci l'arguto sillogismo "io ho il gasolio, voi ne avete bisogno". Tutti gli automobilisti sono indignati; Alberto, generoso di natura, è particolarmente alterato. Risolviamo il problema travasando il poco prezioso liquido disponibile fra le nostre macchine e al benzinaio successivo, vicino alle cascate Goà°afoss, ci arriviamo lo stesso. Puntiamo nuovamente verso l'interno ripercorrendo in senso inverso un tratto della polverosa F843, per imboccare la F894 e in successione il giorno a venire un altro tratto della F910 e una variante costituita da una parallela della F26. Noi motociclisti siamo fortunati: come è tradizione anche in questo viaggio tutte le donne (a dire il vero non solo loro, ma anche gli autisti), si preoccupano sempre di noi chiedendoci se abbiamo bisogno di qualcosa, ci offrono da bere o degli snacks. Trascorriamo la notte nella zona denominata Sprengisandur, non lontano dal ghiacciaio Tungnafellsjà¶kull, presso due piccoli rifugi di sopravvivenza di legno. La morfologia del terreno è di tipo lagunare, con corsi d'acqua tranquilla e isolotti ricoperti di bassa vegetazione. Una miriade di moschini ci tortura, ma il posto è incantevole. C'è pure l'arcobaleno. 10° giorno: L'indomani siamo dentro l'immensa bocca dell'Askja. Per arrivarci ci sono voluti due giorni di guida impegnativa (con la foratura di un copertone del Terrano e un'importante riparazione agli organi di sterzo della macchina di Paolo) e mezz'ora a piedi. Gli stivali mi fanno un male dell'accidente, ma ne valeva la pena: ci sono due laghi a due altezze sensibilmente diverse, separati da un istmo di roccia. Uno è grande, freddo e azzurro. L'altro molto più piccolo, circolare, lattescente e caldo, incastonato dentro ad un cono con le pareti estremamente scoscese (solo Bruno ed Ettore hanno l'energia per scendere fino al livello dell'acqua e a momenti Bruno ci finisce dentro vestito). Il luogo incanta per bellezza e durezza. E' la natura che con una delle sue manifestazioni più furiose, un'eruzione vulcanica, che l'ha creato. Durante la salita al vulcano, in un tratto sabbioso molto veloce, io e Ireneo non riusciamo a trattenere l'istinto africano e ci lanciamo a tutta velocità fuori pista, nella morena intonsa. Un ragazzo locale (forse un ranger) ci vede e ci ferma, arrabbiatissimo, urlando "drive on the track". Abbiamo rovinato la sabbia liscia. Imperdonabile. Il senso di possesso della propria isola da parte degli Islandesi è una caratteristica che noteremo più volte. I turisti sono ospiti appena tollerati. La direzione che seguiamo ora è per la capitale, ma per arrivarci Graziano, dopo essersi consultato con Ettore, decide di farci fare una pista che probabilmente è abbandonata. Un piano sabbioso prima, poi l'attraversamento di parecchi chilometri di un acquitrino con il fondo argilloso e duro e poi ancora una pista pietrosa molto tecnica che ci impegna fino a sera, ci portano ad un rifugio confortevole (ubicato fra l'Askja e il Vatnajà¶kull) che ci permette almeno di cenare al caldo, comodamente seduti. Beviamo in abbondanza il vino di Ettore, la bottiglia che puntualmente Giuseppe offre alla comunità e la canonica grappa, definita "ravvivante". Alcool e barzellette fanno sì che l'ilarità si sprechi; incredibile quanto sia trascinante la risata di Manuela, che con una progressione da crescendo rossiniano coinvolge tutti riuscendo a far dimenticare il motivo per cui la risata è iniziata. Durante la notte la temperatura è pungente, ma almeno non piove. 11° giorno: La mattina la sveglia è come al solito accompagnata dalla musica (da me gradita) che Giuseppe ascolta a tutto volume: solitamente la Nona di Beethoven o le Quattro Stagioni del Prete Rosso. Dei tumuli di pietre incolonnate dai turisti, che evidentemente ci tengono a segnalare il loro passaggio in una zona tanto remota, contraddistinguono un tratto della pista percorsa nella mattinata. Il giorno è all'insegna del vento. Sulla dritta e velocissima pista che costeggia il lago àžà³risvatn, dal fondo di spesso ghiaino, non è un problema da poco: bisogna tenere una marcia sufficientemente bassa per avere il motore sempre in tiro, in modo da avere direzionalità ed evitare fastidiosi sbacchettamenti dello sterzo e il manubrio sempre in leggero controsterzo, per controbilanciare la tendenza della moto a derivare verso il bordopista. Giunti sulla costa di sud-ovest, ritroviamo Gigi ad una stazione di servizio. Poi possiamo ammirare ancora baie magnifiche, alte scogliere e spiagge nere. Arriviamo alla Laguna Blu, una piscina calda naturale, dove si possono fare fanghi di vario genere, sauna, bagno turco e ci si lascia massaggiare dall'acqua di una cascatella. C'è una folla di turisti di ogni parte del mondo, ma il posto è ben organizzato e ci si sta bene. Dormiamo in un albergo nuovo e confortevole che dista circa trenta chilometri da Reykjavàk. La cena è libera. C'è chi va in un ristorante tipico (anche se non si sa bene che cosa ci sia di commestibile nella cucina locale) e chi invece si rifugia nello standardizzato Hard Rock Cafè per la T-bon e gli acquisti di rito. 12° giorno: La mattina dopo visita alla città , ordinata e pulita, ma che non ci entusiasma. Mentre io, Alessandro e Paolo cerchiamo un posticino dove pranzare, vediamo un gruppetto di donne che praticano l'ula-op sotto la pioggia. Indossano solo una canottiera e ci sono sì e no dieci gradi. Una ci viene a chiedere (in italiano) se le donne islandesi ci piacciono. La risposta è ovviamente si. Dopo pranzo, alla barista che ci ha servito del buon pesce, chiedo con il mio inglese scalcinato, se posso fare una foto ad una "beautiful icelander girl". Acconsente timidamente e si mette in posa. Strano comportamento per un'appartenente ad uno dei popoli più scorbutici che abbia mai incontrato. Ma qui a Reykjavik sembrano più trattabili che altrove. E' in corso una maratona che rallenta un poco la viabilità : un raro evento in un posto dove il traffico è solo un concetto. La tappa prevede la visita a àžingvellir, il luogo dove si teneva il primo parlamento islandese, in epoca medievale. Il posto è bello e visitiamo a piedi le cascate e l'intero sito sotto la pioggia. Qui la vegetazione è particolarmente rigogliosa: ogni cespuglio se osservato da vicino rivela una moltitudine di specie vegetali diverse. La pista segue per Geyser, dove tutti rimaniamo incuriositi dalle calde pozze diversamente colorate e dall'alto getto che ogni quattro minuti si sprigiona da una effimera bolla azzurra di qualche metro di diametro. C'è una costante puzza di zolfo, tipico di questo tipo di siti. Poi è la volta delle cascate Gullfoss, impressionanti perchè il livello del fiume, prima di compiere una prima balza distante pochi metri dal punto di osservazione, è più alto di noi e l'acqua è estremamente tumultuosa e rapida. Pernottiamo in tenda vicino ad un rifugio privato con l'insegna Polaris, che ci fa pensare ad un uso invernale per gli escursionisti in motoslitta. Il muschio è talmente spesso e morbido che non gonfio neppure il materassino. 13° giorno: Ora il tracciato (pista F338) aggira prima da sud e poi da ovest (F550+ F578) il ghiacciaio Langjà¶kull. Per molti chilometri risulterà estremamente impegnativo, da non darci respiro. In queste situazioni io ho il mezzo più veloce. Ogni tanto mi fermo e osservo Gigi e Ireneo avanzare sobbalzando e mi chiedo se al loro posto ce la farei. Le auto cigolano e c'è il timore di squarciare i copertoni o urtare i differenziali contro le rocce aguzze. Poi il peggio finisce e procediamo più spediti. La pista segue parallelamente per molti chilometri un elettrodotto. Un fiume enorme impegnerà molto noi motociclisti ed Ettore, Alberto e Bruno, nel lavoro di "spingitori". Riprendiamo la N1 per giungere in località Varmahlio e pernottare in un hedda. 14° giorno: Il giorno dopo il gruppo si divide. Alcuni temerari in auto (Paolo, Alessandro, Alberto e Guido, che ci racconteranno poi di valli incantevoli e guadi al limite) percorrono la parabola prevista dall'itinerario, disegnata sulla cartina dalle piste F252 e F821. Noi altri, un po' provati dal viaggio, seguiamo la N1 lungo il fiordo per la graziosa Akureyri (la seconda città dell'isola), dove in una breve sosta facciamo acquisti di souvenir e cartoline. Il gruppo di auto e moto che si era sgranato durante la visita ad Akureyri si ricompatta dopo un appuntamento un po' rocambolesco, a causa di un'interpretazione sbagliata della cartina da parte di noi motociclisti. Lungo una salita col ghiaino, dove mi sono fermato a fare l'ennesima diapositiva, la moto fatica a ripartire. Ho montato un copertone troppo morbido, che dopo quattro giorni era già diventato completamente liscio. Ora, su una salita banale la moto scoda da tutte le parti e non supera i due chilometri orari fino a quando mantenendo un filo di gas, non inserisco la terza. Con questo fondo la ruota posteriore continua a pattinare, anche in quinta a centoventi all'ora e mi diverto come un matto! Si va avanti e la prossima meraviglia, le cascate Goà°afoss ci aspettano. C'eravamo già passati dopo la tappa dell'Askja, ma non c'era stato tempo di visionarle bene. Dopo le foto e i commenti di ammirazione si riparte alla volta del lago Mà½vatn. Traduzione: "lago delle mosche". E di mosche ce ne sono tante davvero, nuvole intere. Entrano dappertutto: nel naso, in bocca, negli occhi. Me le ritrovo che camminano in testa con il casco indossato. Si arriva veramente al limite della sopportazione. Ad ogni modo l'azzurro intenso dell'acqua e le isole verdeggianti sono un gran bel vedere. Durante la visita ad una zona ricoperta di rocce laviche multiformi, arriva il drappello delle quattro auto che si erano separate. Prima di fare il campo, Bruno gentilmente va a comprare le retine antinsetti da mettere in testa per tutti, tranne che per la Famiglia, che decide di adottare la linea dura e "resistere". Inevitabili le discussioni sull'opportunità di fare campo in un altro posto. Ma da qui probabilmente per fare sparire le mosche dovremmo allontanarci di molto. La mattina del 15° giorno tutti insieme visitiamo nell'ordine un altro sito di pozze ribollenti, colorate e puzzolenti (Namafjall), il vulcano Kfrafla con il suo fiume di lava solidificata, il laghetto Viti e una centrale geotermica. Produrre energia con un impatto ambientale nullo. Cosa succederebbe se fosse possibile realizzarlo su scala mondiale? Sempre lungo la F864, visitiamo le imponenti cascate Dettifoss, in Europa sono quelle che hanno la maggiore portata d'acqua. Il fiume che le alimenta, lo Jà¶kulsà à Fjà¶llum, ha scavato un suggestivo canyon profondo cento metri e largo fino a cinquecento. Segue l'escursione al particolare sito di àsbyrgi: un anfiteatro naturale a forma di ferro di cavallo chiuso da una parete altissima. Da un punto panoramico Graziano ci sfida ad indovinarne le dimensioni. Tutti sbagliano per difetto. La grande U misura tre chilometri e mezzo per uno. L'interno è completamente ricoperto da un bosco di piccole betulle e la cosa è strana, perchè la vista di un solo albero in Islanda fa notizia. Pernottiamo nell'ultima fattoria hedda. 16° giorno: La sosta per l'ultima notte è prevista nei pressi di Egilsstaà°ir. Per giungervi ci arrampichiamo su un passo dove l'ovatta delle nuvole basse non fa vedere nulla oltre il parafango della moto. La strada successivamente segue la costa e i panorami ci continuano a regalare grandi emozioni. Il più bello sulla baia di Là³nafjà¶rà°ur. Pranziamo in una grande spiaggia nera, dove tutti si esibiscono compiendo grandi derapate e ognuno scatta la propria foto "ufficiale" del gruppo, con ogni partecipante davanti al proprio mezzo. Arriva il solito omino locale dicendoci che ce ne dobbiamo andare. La scarpinata più impegnativa ce la riserva la cascata Hengifoss, ubicata sulla punta sud orientale del lago Là¶gurinn (tanto stretto e lungo da sembrare un fiordo). Di acqua ce n'è poca, ma il contesto è unico. L'acqua precipita da un'altezza vertiginosa fra strette pareti scure formate da colonne che sembrano le canne di un organo. Le due cuoche del viaggio, Clara e Morgana (non la Fata, la compagna in carne e ossa di Graziano), preparano l'ennesima buona cena. Mangiare bene è importante, soprattutto quando si sprecano molte energie e a mezzogiorno si ingurgita la classica "scatoletta". I loro risotti, pastasciutte, purè e polente, solitamente mi vengono offerti tre volte, sempre graditi. Dopo cena smonto e carico con Ettore la mia vecchia Honda sul suo Defender. Piove ininterrottamente tutta la notte. Il campo è esposto ad un vento fortissimo. Alle due e mezza di notte esco dalla tenda per "andare in bagno" e trovo Ettore e Graziano che stanno smontando il tendone refettoriale, perchè se ne stava volando via. Verso le quattro le bacchette della tenda degli A. cedono e la famigliola è costretta a sbaraccare ed avviarsi verso il porto d'imbarco, che dista una trentina di chilometri. 17° giorno: Alle sei tutti si alzano, fanno i bagagli e scappano in cerca di un posto un po' più riparato. Ci sono da fissare le ultime cose sul portapacchi del Defender. Io e Alessandro passiamo il ripiano in plexiglass utilizzato come tavolo ad Ettore, che è in piedi sul tetto della macchina. Il vento solleva brutalmente la tavola e lui, facendolo cadere rovinosamente dall'altro lato del fuoristrada. Dieci minuti di convulso spavento passano prima che decidiamo che è meglio portarlo all'ospedale. Gli accertamenti sul posto riveleranno solo qualche contusione, ma esami più approfonditi effettuati in Italia scopriranno due vertebre fratturate. La sospirata Norrona ci accoglie. Abbiamo percorso circa tremila chilometri, di cui duemilasettecento in fuoristrada. Monica scrive le ultime righe del suo dettagliatissimo diario di viaggio. Ha dato un soprannome ad ognuno di noi. A me è toccato "bulldozer dei guadi". Per sceglierlo ha dovuto pensarci parecchio. Confessa che non sapeva decidersi su quale fosse la mia peculiarità : lo stile nell'attraversare i fiumi o il semimutismo di un introverso cronico. Durante la prima notte di navigazione le onde ci fanno ballare un po'. Il giorno dopo invadiamo la sala giochi dei bambini, per collegare la telecamera di Giuseppe ad un televisore e guardarci i filmini del viaggio. Risate, interiezioni e urla commentano la visione. Arriviamo riposati in Danimarca. Ci salutiamo simpaticamente e con malinconia. Valeria mi sorprende col suo saluto: "mi mancherai!; stanotte voglio sognare l'Islanda con tutti voi". Resto basito e riesco solo a dire: "anche tu mi mancherai". Ognuno imbocca la propria strada. Chi per Copenaghen, chi per Baden Baden, chi per Brescia o Milano. Quella appena finita non sarà la mia ultima vacanza in Islanda. ALL'ISLANDA (Jorge Luis Borges) Delle regioni della bella terra Che la mia carne e la sua ombra hanno affaticato Sei tu la più remota e la più intima, Ultima Thule, Islanda delle navi, Dell'aratro ostinato e del costante remo, Delle distese reti marinare, Di quella strana luce di sera immobile Che effonde il vago cielo fin dall'alba E del vento che cerca le perdute Velature vichinghe. Terra sacra Che fosti la memoria della Germania E ne riscattarsi la mitologia Di una selva di ferro e del suo lupo E della nave che gli dei temono Lavorata dalle unghie dei morti. Islanda, ti ho sognata lungamente Da quella mattina in cui mio padre Diede al bambino che sono stato e che non è morto Una versione della Và¶lsunga Saga Che adesso la mia penombra sta decifrando Con l'aiuto del lento dizionario. Quando il corpo si stanca del suo uomo, Quando il fuoco declina ed è ormai cenere, E' bene il rassegnato apprendistato Di un'impresa infinita; io ho scelto Quello della tua lingua, quel latino del nord Che comprese le steppe e i mari Di un emisfero e riecheggiò a Bisanzio E sui margini vergini dell'America. So che non la saprò, ma che mi aspettano Gli eventuali doni della ricerca, Non il frutto dottamente irraggiungibile. Lo stesso sentiranno quelli che indagano Gli astri o la serie dei numeri…. Solo l'amore, l'ignorante amore, Islanda.
FARO |